Accadde Oggi. Il primo numero de La difesa della razza esce per le stampe della Casa editrice Tumminelli di Roma, il 5 agosto del 1938.
Si tratta di un quindicinale che vede la luce sotto la spinta di un sostegno finanziario senza precedenti per leditoria del tempo, supportato da una campagna pubblicitaria portata avanti dal Ministero dellEducazione retto da Bottai. E chiaramente una pubblicazione razzista e fascista che vedrà il suo ultimo numero in edicola il 20 giugno del 1943. Il Comitato di Redazione vede tutti intorno ad un tavolo Guido Landra (autore del Manifesto della razza), Lidio Cipriani (antropologo a Firenze), Leone Franzi (pediatra dellUniversità di Milano), Marcello Ricci (zooologo a Roma), Lino Businco (Patologo allUniversità di Roma), direttore è Telesio Interlandi, già direttore de Il Tevere, quotidiano fascista, nonché ispiratore delle campagne antisemite del 1934 e del 1936. A partire dal 20 settembre del 1938, segretario di redazione della rivista sarà Giorgio Almirante, poi leader del Movimento Sociale Italiano. Si cominciò con una tiratura di 150mila copie, per passare nel 1940 a 20mila copie tutte distribuite in forma gratuita. Il forte senso antisemita e di difesa della razza italica è comunque condiviso da altre testate, quali Il Tevere, il Regime Fascista, la Vita Italiana, La Civiltà Cattolica dei gesuiti, il Diritto Razzista, Razza e civiltà e La stirpe. Lidea, comunque, era quella di creare una forma mentale di diffidenza nei confronti di ebrei, zingari, africani, sangue misto e malati psichiatrici, una vera e propria minaccia per la razza italiana. Tre fondamentalmente le forme di razzismo proposte, il nazional-razzismo di ispirazione cattolica, il razzismo esoterico e il razzismo biologico tanto caro a Landra ed Almirante. Naturalmente attenzione particolare fu prestata alle colonie e alla necessità che la superiore stirpe ariana italiana avesse diritti specifici su territori e popolazioni inferiori. Singolari gli interventi di padre Agostino Gemelli che, in forma moderata, proponeva per quanti erano affetti da malattie sociali (malattia mentale, criminalità, prostituzione, vagabondaggio, alcolismo etc.) la castità al matrimonio o la rinuncia allo stesso, scartando la sterilizzazione.