“Cari Fottutissimi ex”, a Sant’Arpino la mostra-spettacolo di Davide Montuori

di Carla Caputo

Sant’Arpino (Caserta) – L’arte non solo inventa l’amore, ma lo racconta. E come può raccontare una storia d’amore che giunge al termine? Come può raccontare le mille voci, le molteplici emozioni che affollano la nostra mente, che combattono tra loro quando scriviamo la parola “fine” all’ultimo capitolo di una relazione? Febbraio, si sa, è il mese di Cupido, e se l’ultimo film di Genovese, “FolleMente”, dà voce a tutte le parti di noi che entrano in gioco al primo appuntamento, c’è chi ha dato letteralmente voce alla propria arte per indagare la nostra interiorità quando quel primo appuntamento è solo un ricordo, quando l’amore finisce, quando ormai l’altro/a è diventato un nostro “caro fottutissimo ex”. Ed è proprio questa espressione, ossimorica, a dare vita all’innovativo progetto artistico di Davide Montuori.

Di origini napoletane, pittore poliedrico, Davide, dopo la direzione artistica del “C.E.S.A Street Art Festival”, torna sotto i riflettori dell’arte con una personale molto diversa rispetto ai suoi lavori precedenti. Si tratta del format “Cari Fottutissimi ex”, mostra-spettacolo che ha debuttato proprio nel giorno di San Valentino, al “Fabula – ex Municipio di Atella”, a Sant’Arpino. Attraverso otto quadri, a coppie di due, Davide esplora – riprendendo il titolo di un famoso film di Sorrentino – tutte le “conseguenze dell’amore”, le varie fasi che ognuno di noi attraversa alla fine di un rapporto sentimentale: dalla disperazione all’autoconsapevolezza. A dare voce ai quadri da lui dipinti sono degli attori, i quali raccontano, o meglio “fanno parlare” il dipinto tramite un monologo scritto sempre dall’artista. Insomma, una mostra alternativa, che alla prima ha avuto un notevole successo. Incuriositi, abbiamo invitato Davide ai nostri microfoni. Ecco l’intervista completa.

Davide, come nasce il progetto di “Cari fottutissimi ex”? «Il progetto nasce a cena a casa di amici con cui ci stavamo aprendo sulle nostre storie passate. Amori finiti male o storie ad alto contenuto di tossicità. Mi venne l’idea di creare una collezione sul tema perché i copioni di queste storie sono molto simili tra loro. Si sovrappongono le situazioni di disagio in cui non è sempre facile individuarne le cause, ma che l’arte, senza troppe spiegazioni, può risolvere l’enigma».

Perché questo titolo? «Il titolo è ispirato ad un film di Monicelli intitolato “Cari Fottutissimi Amici”. Mi piace il contrasto verbale, spiega ermeticamente la complicata e meravigliosa giostra delle relazioni umane. Nel progetto c’è tanto di autobiografico. L’ho suddiviso in più momenti. Ho cercato di raccontare il delirio dell’innamorato, che ci fa idealizzare le persone che ci sono accanto, a cui ci diamo con cieca fiducia, fino a quando non viene tradita. Solo quando ci sentiamo a pezzi ci ricordiamo che l’unica persona che ci sta sempre vicina è la stessa che vediamo allo specchio. E questo l’ho imparato sulla mia pelle».

Come si svolge lo spettacolo? Qual è il messaggio che vuoi trasmettere? «Gli ospiti vengono accolti in una stanza vuota, senza nessun dipinto esposto. Infatti, è compito di un attore portare in scena l’opera, non solo fisicamente, ma anche interpretando un monologo, dando voce all’opera stessa. Ogni tela viene presentata una per volta, trasportando gli spettatori in un viaggio che parte da una ferita, fino a trovare la strada del proprio cuore. L’obiettivo della mostra è di mostrare un’altra parte dell’amore, quella feroce, che spesso tendiamo a nascondere, fatte di gelosie paranoiche, di mistificazioni o di semplice immaturità. Ma la buona notizia è che a fine percorso possiamo corteggiare noi stessi senza identificarci nel battito di un altro/a».

Una mostra alternativa rispetto a quelle a cui siamo abituati. Potremmo dire una “mostra in movimento”, o meglio “una mostra recitata”. Come mai questa scelta? «Esattamente, questa mostra ha un format tutto suo, non è la solita passeggiata tra quadri e colori. La mia concezione artistica è quella di comunicare, mettere un’azione in comune. Con le mie opere cerco sempre di veicolare il messaggio nel modo più preciso e diretto possibile al pubblico. Non sono un fan della “libera interpretazione delle opere”, sono un fan del libero pensiero e del confronto, ma su argomenti ben chiari, espressi tramite immagini e colori. Il connubio col teatro fa sì che gli ospiti possano vivere una vera e propria esperienza artistica allineando il loro cuore al mio».

L’amore al centro. Com’è stato esperire questo sentimento, e tutte le sue fasi, attraverso l’arte? «È stata dura ma molto liberatorio. Attualmente sono seguito da uno psicoterapeuta che mi ha aiutato tantissimo a identificare le varie tappe del dolore e a trasformarle in opere d’arte. Il fatto di poterle materializzare su tela mi ha dato l’occasione di toglierle da mia anima e guardarmi dall’esterno consentendomi di capirmi meglio. Credo profondamente che l’amore sia l’unico modo per vivere al di là di esistere. Ma è importante non abiurare sé stessi nel nome dell’amore per fare finta di vivere. É necessario riconoscersi nel rapporto, e non perdere le tracce di sé».

Nell’ultimo libro di Diego De Silva, “I titoli di coda di una vita insieme”, bellissimo racconto di una storia d’amore che è giunta al termine, si legge questa frase che mi sembra emblematica: “L’amore non è una storia ma due”. Ecco, quanto, per il tuo lavoro, hai dato voce all’altra storia, all’altra persona partecipe della relazione? «Questa è una bellissima citazione che avallo. In un amore che finisce abbiamo avuto inevitabilmente il nostro ruolo. Riconoscere la nostra parte ci fa mettere anche nei panni dell’altra persona. Per quanto sia doloroso e talvolta assurdo, bisogna capire perché il/la partner abbia agito così. Questo non per assolverlo da ogni male, ma per comprendere come reagiscono gli altri ai nostri stessi comportamenti. È una bellissima occasione per migliorare noi stessi. Poi gli amori finiscono anche perché prendiamo coscienza del marcio mistificato del partner di turno».

Quali sono i tuoi progetti futuri? Ci saranno ancora i “fottutissimi ex”? «All’orizzonte ci sono nuovi progetti come la seconda edizione del Ce.s.a. Street Art Festival, di cui sarò ancora una volta direttore artistico. Progetti trasversali anche con le diocesi campane. “Cari Fottutissimi Ex” ritornerà in mostra, mi piacerebbe organizzare un piccolo tour campano per portare storie di odi et amo che riguardano ognuno di noi». SOTTO UNA GALLERIA FOTOGRAFICA

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