Camorra, il boss casertano Pietro Ligato suicida in carcere: era diventato collaboratore di giustizia

di Redazione

Era rinchiuso in una cella di isolamento nel carcere di Secondigliano e aveva da poco cominciato un percorso da collaboratore di giustizia. Giovedì mattina, però, Pietro Ligato, 53 anni, originario di Pignataro Maggiore, figlio del defunto boss Raffaele Ligato, è stato trovato senza vita dagli agenti della Polizia penitenziaria. Aveva una busta di plastica stretta attorno al collo, legata con un lembo di lenzuolo: secondo le prime ricostruzioni, si sarebbe tolto la vita nelle ore precedenti.

Il decesso, da quanto si apprende, è avvenuto a poche ore di distanza da un interrogatorio reso ai magistrati nell’ambito della sua nuova posizione da collaboratore. Ligato era detenuto dal gennaio 2023, arrestato assieme ai fratelli Antonio e Felicia e a un presunto affiliato del clan. Figlio di Raffaele Ligato – storico boss del gruppo criminale Lubrano-Ligato, deceduto nel 2022 nel carcere milanese di Opera dove stava scontando l’ergastolo – Pietro aveva recentemente chiesto di collaborare con i magistrati, e per questo era stato trasferito da Santa Maria Capua Vetere a Secondigliano.

A rendere pubblica la notizia è stato Samuele Ciambriello, garante campano dei detenuti, che ha voluto richiamare l’attenzione su un’emergenza sempre più allarmante all’interno degli istituti penitenziari italiani. “È il terzo suicidio avvenuto quest’anno in un carcere della Campania, dopo i due a Poggioreale. Dall’inizio del 2024 in Italia contiamo già 27 suicidi e ben 457 tentativi”, ha dichiarato Ciambriello.

Il garante ha evidenziato come i suicidi dietro le sbarre non siano mai riconducibili a una singola causa, ma rappresentino l’epilogo di una serie di fragilità psicologiche, ambientali e istituzionali. “Ogni tre giorni una persona muore in carcere – ha spiegato – ma non possiamo ridurre questi gesti a un meccanismo causa-effetto. Si tratta di un sistema complesso che richiede un ripensamento radicale dell’intero sistema penitenziario”.

Ciambriello ha invocato un rafforzamento della rete di sostegno all’interno delle carceri, con la presenza stabile di professionisti in grado di intercettare il disagio prima che diventi irreversibile. “Non bastano soluzioni tampone – ha detto – serve un’assunzione di responsabilità collettiva. Occorre ridurre il numero dei detenuti per garantire un’adeguata presa in carico delle persone. Dobbiamo restituire dignità all’individuo, al di là del reato commesso”.

Nella foto, da sin. Raffaele e Pietro Ligato

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